Torre 102
Informazioni
Campo Valore Tipo Torre di guardia Parte di Grande Limes Settentrionale Regno Valdoran Regione Foreste del confine settentrionale, di fronte al Barbaricum Guarnigione prevista Dodici limitanei Comando Castrum Vargus Prima apparizione L’età dei regni
La Torre 102 è uno dei numerosi avamposti che, con l’alta palizzata e il profondo fossato, compongono il Grande Limes Settentrionale, la linea che da secoli separa il Regno di Valdoran dalle foreste del Barbaricum. Sorge nel cuore dei boschi di confine, tra pini alti quasi cento metri, dove d’inverno la neve supera il metro e contro le difese si accumula per diversi metri.
È una torre di legno a tre piani. I primi due servono da magazzino e da passaggio; si vive al terzo, in una stanza annerita dal fumo con due pagliericci umidi, una mensola storta, qualche scodella di legno e l’aria gelida che entra dalle fessure delle assi. Una botola e un vano di scale collegano i piani. Davanti corre il fossato a forma di V riempito di pali aguzzi, dietro la palizzata. La procedura in caso di sfondamento prevede di ripiegare prima sulla centouno, la torre più vicina, dalla quale parte la strada militare per Castrum Vargus, e poi sulla cento, che il regolamento chiama l’avamposto principale del settore. Dalla centotré in su si incontrano soltanto torri, fino al forte ausiliario della centodieci.
Conosco questa torre meglio di quanto vorrei. Sulla carta è una piccola meraviglia dell’ingegno imperiale: riscaldamento sotto i pavimenti, con aria calda fatta correre in tubi cavi di terracotta incassati nelle pareti, e poi magazzini, cisterne, una piccola officina e spazio per una dozzina di uomini, dodici soldati riforniti una volta al mese. Nella realtà il riscaldamento non funziona da almeno cinquant’anni e i condotti sono diventati la casa di ratti e insetti; la guarnigione è di due uomini, la paga manca da quasi una stagione e le razioni bastano a stento per uno. Il comandante continua a dichiarare dodici soldati per torre. Dove finisca la paga degli altri dieci lo lascio immaginare a voi.
«Solo due persone di stanza in una torre che ha spazio per dieci, rifornimenti per uno e lavoro da fare per cinquanta.»
Il regolamento impone di sgomberare il fossato ogni mattina e di controllare il proprio settore di palizzata; d’inverno, con due uomini, significa che non lo fa nessuno. Una volta, al posto della legna, dell’olio e delle coperte, arrivò un’intera cassa di sandali estivi. Il funzionario che li spedì avrà avuto la sua promozione.
Eventi nella saga
L’età dei regni
La notte della tormenta. In una notte di pieno inverno, dopo giorni di bufera, la Torre 102 è l’unica luce del settore. I primi due piani sono già sepolti, la botola non si apre più e il vano delle scale è pieno di neve. I due limitanei di guardia, un uomo con un occhio solo e una lunga cicatrice dalla guancia alla tempia e un uomo completamente calvo, contano gli ultimi quattro ciocchi di legna. Il calvo dice che sarebbe quasi da disertare.
Un boato immenso, come il crollo di una montagna, scuote la torre dal basso. La tormenta si interrompe di colpo. All’alba la neve arriva quasi alla finestra del terzo piano, il fossato è colmo, della palizzata affiorano soltanto le punte dei tronchi e il terreno forma una rampa bianca che sale dalla foresta fino alla torre.
«Il Limes non separava più nulla.»
Lungo il margine del bosco avanzano figure in pelli scure, poi decine, forse centinaia. Il guercio recita il regolamento: la centouno, la cento, la strada militare, Castrum Vargus, «una fortezza legionaria» dove ci sarà l’intera legione. Il calvo gli risponde che in quel forte dovrebbero esserci mille uomini e ce ne saranno cento, forse meno, e che la strada è sotto cinque metri di neve. Riempie una bisaccia, getta la lancia dalla finestra e si lascia cadere sulla neve, verso Sud, senza voltarsi. Il guercio resta disteso sul pavimento a mormorare di vendette e di schiavi da vendere ai ricchi del Sud, mentre il fuoco si spegne. Che cosa gli sia accaduto non lo so.
Il calvo, l’avrete capito, ero io. La notte seguente, a meno di un chilometro dalla torre, scrissi la mia prima annotazione su questa faccenda. Ero certo che il comandante, se fosse tornato a Sud prima di me, avrebbe parlato di una valorosa resistenza e di qualche terribile macchina d’assedio. Cazzate: quelle bestie camminarono sopra le nostre fortificazioni come su una strada lastricata di Aeterna.
Le colpe. Mesi dopo, al campo del Fiume Tauria, Varro attribuisce la caduta del Limes alla tormenta e agli inetti: i limitanei che non hanno acceso un fuoco d’allarme, i capitani che hanno lasciato le torri vuote. Sulla seconda parte ha ragione. Sulla prima tornerò più avanti.
