Fuoco Nero
Informazioni
Il Fuoco Nero è l’arma incendiaria di Thalassar: un liquido nero e viscoso che si spruzza sul bersaglio e poi prende fuoco. La ricetta è il segreto meglio custodito del Regno; gli alchimisti di Thalassar, dicono, la proteggono meglio dei nomi dei propri figli.
Per anni, al Sud, se ne è parlato soltanto per allusioni. Nell’arsenale di Chrysepolis ho visto dromoni con strane strutture coperte vicino alla prua, e un marinaio ubriaco mi giurò che servissero a «lanciare fuoco sopra l’acqua»; un altro, che lavorava per la flotta, sosteneva che fossero pompe per spegnere gli incendi. Io credevo al primo. Avevo ragione, il che non mi ha mai fatto meno paura.
Che cosa si sa
Il liquido contiene olio, bitume, zolfo e calce viva. Io l’avevo sentito descrivere come «un intruglio di olio, pece, zolfo e qualche altra porcheria»: chi me ne parlava non distingueva la pece dal bitume e della calce non sapeva niente, il che dice molto su quanto siano bravi gli alchimisti a tenere la bocca chiusa.
Quando la fiamma si accende corre lungo il liquido più veloce di quanto l’occhio riesca a seguirla. Brucia con un fuoco scuro, screziato di verde e d’azzurro; aderisce al legno, al metallo e alla pelle, cola nelle fessure delle armature e tra le pietre. Il calore è tale che la superficie dei mattoni si vetrifica e la malta si sgretola. Un uomo in corazza diventa una pentola chiusa attorno al proprio corpo.
L’acqua, che sarebbe il rimedio naturale di chiunque, è il peggiore degli errori. Sparge il combustibile, lo spinge sotto le protezioni e lo trascina lungo le scanalature dei muri; e la calce viva, a contatto con l’acqua, la fa bollire e solleva una nube bianca e caustica che brucia gli occhi e i polmoni.
È un’arma pericolosa anche per chi la possiede: i serventi delle pompe lavorano con maschere di cuoio e vesti pesanti inzuppate d’acqua, anche sotto il sole del deserto.
«Continuava a bruciare persino quando gli uomini vi gettavano sopra l’acqua.»
Eventi nella saga
L’età dei regni
All’Assedio dell’Oasi di Keshar, la più grande delle cinque torri d’assedio thalassariane non porta soldati, ma un sifone: recipienti di bronzo, pompe a leva e un lungo collo articolato. Quando la torre raggiunge le mura, il tubo sputa un getto di liquido nero sul camminamento affollato di difensori di Arakhan e di Amazzoni. Per un istante non accade nulla; poi il fuoco si accende. I difensori rovesciano barili d’acqua sulle fiamme e la calce trasforma il camminamento in una nube di vapore caustico, che investirà il volto di Livia e le costerà l’occhio sinistro. Il getto, però, serve anche a un altro scopo: i genieri hanno scavato nella notte una galleria sotto le fondamenta, riempita di travi, pece e recipienti sigillati della stessa miscela, e il Fuoco Nero inchioda i difensori sopra il tratto di mura che sta per crollare. La cinta cede, e con essa Keshar.
I veterani che ne parlano nelle tende, mi hanno raccontato, non riescono a tenere ferma la ciotola. Le voci parlano di circa tremila morti thalassariani nella presa dell’Oasi; quanti di quelli dalla parte opposta delle mura siano morti per il fuoco, nessuno si è preso la briga di contarlo.
