Arakhan
Informazioni
Campo Valore Tipo Regno Regione Profondo Sud del Continente Capitale Oasi di Keshar Sovrano Re Al-Mansur Territorio Deserto di Arakhan Popoli Arakhaniani, Tribù nomadi del deserto Fede Silenzio Esercito Circa ottomila guerrieri regolari Sbocco sul mare La costa occidentale, con il porto di Sabkhar Confini Selve di Amana a Est; terre di Thalassar; il mare occidentale Prima apparizione L’età dei regni
Arakhan è il regno del deserto, all’estremo Sud del Continente: una distesa immensa, coperta quasi interamente dalla sabbia, la cui vita pulsa lungo un’unica arteria verde, l’Oasi di Keshar. Sulle carte che i precettori mostrano ai principi di Chrysepolis compare come «i deserti di Arakhan», accanto alle rovine di Aeterna e alle Selve di Amana; per chi ci vive è una terra di pozzi, piste, carovane e tribù, dove l’acqua decide ogni movimento e un esercito può vedere arrivare il nemico da chilometri di distanza.
Quando la vicenda comincia, Arakhan è in guerra con Thalassar e la sta perdendo. Le legioni del generale Agrios hanno spinto gli Arakhaniani fino alla capitale, e Thalios Serakh ha deciso che l’Oasi deve cadere. Ad Aeterna ha sostenuto che Arakhan aveva invaso i suoi confini, razziato villaggi e stretto alleanza con le Amazzoni di Amana; Re Caelorn Varricus gli ha chiesto da che cosa ci si possa mai difendere, «da un’oasi circondata dal deserto». La verità più semplice la dicono a Chrysepolis, dove la conquista di Arakhan è il primo passo di un piano che Braxos Serakh si sente ripetere da quando aveva dieci anni: prima Keshar, poi Amana da Ovest e da Est, con la flotta a chiudere la costa.
Geografia e territorio
Il confine settentrionale del deserto è netto. Da una parte finiscono le ultime terre coltivate del centro, con i loro campi, villaggi e canali; dall’altra, quasi subito, comincia un oceano di dune, rocce annerite e pianure di sale nelle quali nulla cresce senza l’aiuto dell’uomo. Il caldo, laggiù, smette di essere una temperatura e diventa un peso; di notte la sabbia restituisce un freddo pungente. Del deserto in sé parlo alla voce Deserto di Arakhan.
Arakhan confina a oriente con le Selve di Amana, che le stanno a Est come Thalassar sta a Nord e a Est della Selva. Per le Amazzoni è l’unica strada attraverso la quale possono commerciare o ricevere aiuti senza attraversare le terre di Re Thalios. Chi tiene Keshar tiene le riserve d’acqua, i pozzi di frontiera e le principali vie carovaniere della regione, e con esse la strada occidentale verso la Selva.
Il Regno ha la forma di un pugno chiuso attorno a un filo d’erba. Il filo è l’Oasi, una striscia verde lunga chilometri alimentata da falde profonde; il pugno è tutto il resto. A oriente, fra Keshar e il margine della Selva, il deserto si fa fascia arida di basse colline rocciose e di letti di fiume asciutti, come il Wadi Khar, che restano vuoti per mesi e si riempiono in una notte quando piove sulle montagne a oriente. A Sud le dune continuano per giorni di cammino fino a pozzi che conoscono soltanto le tribù. A Ovest, dopo le grandi pianure di sale, il deserto arriva fino al mare occidentale: una costa bassa, piatta e senza alberi, battuta da un vento che non smette mai, con pochi approdi davvero utilizzabili. Il più importante è Sabkhar, un porto di saline e di pescatori che manda a Keshar sale, pesce essiccato e qualche merce venuta dal mare.
Le stagioni, nel deserto, sono due: quella in cui si muore di caldo e quella in cui si muore di caldo un po’ più lentamente. Nella seconda arrivano le rare piogge, i letti dei fiumi si riempiono di colpo e le carovane ne approfittano per mettersi in viaggio; nella prima soffiano i venti di sabbia che chiudono le piste per giorni.
Popolazione e insediamenti
Quanti siano gli Arakhaniani nessuno lo sa, e il Re meno di tutti, perché nel deserto la gente si conta male: si sposta. Quasi tutti vivono nell’Oasi, che è popolata come una provincia intera; il resto è sparso nelle oasi minori, nei villaggi dei pozzi, lungo la costa di Sabkhar e nelle tende delle Tribù nomadi del deserto, che compaiono e scompaiono secondo l’acqua.
Keshar è la città, e non ce n’è un’altra che le somigli. Attorno, l’anello esterno dell’Oasi è un rosario di villaggi dalle case di fango e dai tetti di paglia, ciascuno con i suoi palmeti, i suoi orti e il suo pozzo, legati alla capitale dai canali. Più lontano ci sono le oasi minori, che la gente di Keshar chiama «le figlie», con un fortino, una cisterna e un capo nominato dal Re; la più grande, mi dicono, è Ain Rimal, a molti giorni di cammino verso Sud, dove finiscono le piste conosciute dai Thalassariani e cominciano quelle conosciute soltanto dalle tribù.
Gli Arakhaniani hanno la pelle scura, spesso molto scura, e parlano fra loro una lingua propria, che usano soprattutto quando non vogliono essere capiti; la lingua del Continente la parlano quasi tutti, con un accento che si riconosce subito. Il mercenario Arbazer, che tutti credono venga di là, ha la pelle nera come il carbone, anellini alle orecchie e un cerchio d’argento alla narice, ma delle proprie origini non parla.
Governo e amministrazione
Arakhan è governata da un Re che risiede nel Palazzo di Keshar, circondato da una corte di generali, sacerdoti, consiglieri e nobili. All’inizio della vicenda il sovrano è Al-Mansur. La corona ha una sua storia sacra: sopra il trono un mosaico mostra il primo re di Arakhan mentre riceve l’Oasi dalle mani di divinità del deserto più antiche del Silenzio, e le gallerie del Palazzo sono dipinte con le antiche vittorie del Regno. La famiglia regnante è la gens di Al-Mansur, come la chiamano, con poca simpatia, le tribù.
Il primo dei consiglieri porta il titolo di dastur: tiene i registri del Palazzo, riceve gli ambasciatori, parla al Re quando nessun altro osa farlo. Gli edifici dell’amministrazione stanno accanto al Palazzo, sulla piazza centrale. Le oasi minori sono rette da governatori nominati dal Re, i wali, che rispondono di una cosa sola: che l’acqua arrivi, che le carovane passino, che il tributo parta.
L’uomo più importante del Regno dopo il Re, però, non siede a corte. È il mirab, il signore dell’acqua, che con i suoi sorveglianti stabilisce chi può aprire il proprio canale, per quanto tempo e in quale giorno. A Keshar l’acqua non si misura in brocche ma in ore: un campo «vale tre ore di giovedì», una famiglia ricca «possiede mezzo giorno», e i diritti d’acqua si ereditano, si vendono e si danno in dote come la terra. Gli uomini che tengono puliti i canali e le cisterne lavorano per lui, a volte per tutta la vita.
Quanto lontano arrivi davvero il potere del Re, in un paese dove fra un pozzo e l’altro passano giorni di cammino, nessuno me l’ha saputo dire. Sospetto che finisca più o meno dove finisce la vista delle sue mura.
Legge e giustizia
A Keshar giudicano i giudici del Re, nella piazza del Palazzo, secondo un diritto fatto di vecchie consuetudini, di qualche legge copiata dai vicini e della volontà del sovrano. La legge più severa è quella dell’acqua. Chi ruba acqua, chi apre il proprio canale fuori turno o chi sporca una cisterna risponde al mirab, e il mirab non perdona: multe in ore d’acqua per le colpe lievi, la perdita dei diritti per le gravi, la frusta e il bando dall’Oasi per chi avvelena. Nel deserto, essere banditi dall’acqua vuol dire essere condannati a morte senza che nessuno debba sporcarsi le mani.
Fuori dalle mura vale il costume delle tribù. Un omicidio si paga con il prezzo del sangue, contato in cammelli, oppure con un altro omicidio; l’ospite che ha mangiato il tuo pane e bevuto la tua acqua è sacro per tre giorni, anche se è tuo nemico. Il Re pretende che i capi delle tribù portino a Keshar le liti che toccano le carovane; i capi, quando possono, fanno finta di non aver sentito.
Economia
Arakhan vive di acqua e di strade. L’Oasi di Keshar, con le sue falde profonde, i canali, i campi di grano, gli orti e i milioni di palme da dattero, nutre gran parte del Regno; le carovane attraversano le piste da un pozzo all’altro, e nei mercati coperti della capitale si vendono datteri, spezie, tessuti e incenso. Gli Arakhaniani hanno anche aperto, molti anni fa, una strada verso il margine della Selva per commerciare con le Amazzoni.
L’arte agricola di Arakhan è quella di nutrire molte persone con poca terra: canali stretti, colture alternate, orti fitti e campi divisi con grande cura, all’ombra delle palme, che proteggono gli alberi da frutto, che a loro volta proteggono gli ortaggi. L’acqua arriva dalle falde attraverso pozzi profondi e lunghe condotte sotterranee, i kariz, scavate a mano da generazioni di uomini che hanno passato la vita sotto terra con una lampada e un cesto. Le palme sono la vera ricchezza: si contano una per una, si possiedono anche separatamente dalla terra su cui crescono, e un uomo di Keshar, se gli chiedete quanto è ricco, vi risponde con un numero di palme.
Il Re riscuote una parte dei datteri e del grano, una tassa sull’acqua, i pedaggi ai pozzi delle grandi piste e il tributo delle oasi minori; le tribù pagano, quando pagano, in cammelli e in scorte armate. Dalle pianure di sale si ricava il sale che viaggia verso Nord; dalle capre e dai cammelli lana, pelli e cuoio. Le monete che girano sono in gran parte straniere, soprattutto sesterzi di Thalassar, che i cambiavalute di Keshar pesano tutti, uno per uno, perché non si fidano di nessuno che porti un serpente sopra la faccia.
Commercio
Il commercio di Arakhan è un commercio di passaggio. Le carovane portano verso Nord datteri, sale, pelli e incenso, e tornano con grano negli anni magri, tessuti, ferro, armi, olio e vino; Keshar sta nel mezzo e prende la sua parte in ogni direzione. La strada verso la Selva porta al margine di Amana tessuti, sale e metallo lavorato, e torna con resine, erbe e medicine che i mercanti di Keshar rivendono più a Nord a prezzi da usurai, senza mai dire da dove vengano.
Il mercato coperto della capitale, che a Keshar chiamano qaysariyya, è una lunga galleria a volta con botteghe su entrambi i lati, divise per mercanzia: le spezie da una parte, i tessuti dall’altra, i cambiavalute al centro, sotto la cupola, dove la luce è migliore per controllare le monete. Le carovane si fermano nei caravanserragli costruiti attorno ai pozzi delle piste, con un cortile per gli animali, stanze per i mercanti e un sorvegliante del Re che conta i carichi e riscuote il pedaggio.
Dal porto di Sabkhar alcune barche risalgono la costa occidentale, si dice fino agli approdi di Caldor, con sale e pesce essiccato; tornano con legname e schiavi. Non è un grande traffico, e i mercanti di Keshar lo considerano roba da pescatori: per loro il mare è soltanto un altro deserto, più umido e più traditore.
Esercito
Il nerbo militare di Arakhan sono circa ottomila guerrieri regolari, uomini cresciuti nelle guarnigioni delle oasi e temprati dalle guerre del deserto. Sono rapidi e letali nelle incursioni tra le dune, ma protetti da armature leggere; le loro frecce e le spade corte sono fatte per scontri brevi, non per reggere l’urto di una fanteria pesante in formazione serrata. Combattono in piccoli gruppi attorno ai propri ufficiali e, quando la cosa si fa disperata, gridano i nomi delle famiglie e delle tribù a cui appartengono. Il Regno dispone anche di genieri, che sanno bruciare torri e ponti quando una posizione non si può più tenere, e di mura costruite per resistere a secoli di sabbia e di razzie.
Fuori dai regolari c’è poco: uomini che hanno difeso una carovana o impugnato una lancia contro i predoni, pastori, contadini, artigiani. In tempo di pace, per un regno del deserto, può bastare. Contro Thalassar no.
I regolari montano cammelli per gli spostamenti lunghi e cavalli per la battaglia, quando ne hanno; i migliori arcieri tirano dalla sella. Le guarnigioni delle oasi minori sono poche decine di uomini per fortino, con una cisterna, un pozzo e una torre da cui si segnala con gli specchi di giorno e con il fuoco di notte. Il Re ha una guardia del Palazzo scelta tra le famiglie della corte. Gli uomini delle tribù combattono per il Re quando il Re paga, o quando il nemico è lo stesso; altrimenti guardano. La vera arma di Arakhan, però, è sempre stata l’acqua: nel deserto un esercito si sconfigge prima togliendogli i pozzi e poi, se serve, con le spade.
Società
Nella capitale vivono contadini, artigiani, pastori, mercanti e una nobiltà di corte; fuori, sulle piste, le Tribù nomadi del deserto, contro le cui razzie furono alzate, un tempo, le mura della capitale. La corte di Keshar guarda alle donne in armi con un misto di curiosità, brama e disgusto, e al Re non viene in mente di nasconderlo.
In cima alla scala ci sono la gens del Re e le famiglie dei generali e dei grandi proprietari di palme; poi i sacerdoti, i mercanti delle carovane e i cambiavalute; poi la grande massa dei coltivatori dell’Oasi, che lavorano palme altrui in cambio di una parte del raccolto e di qualche ora d’acqua. Gli uomini dell’acqua, quelli che scavano i kariz e puliscono le cisterne, sono rispettati e mal pagati, il che in ogni Regno del Continente è la condizione degli uomini indispensabili. Ci sono schiavi, ma meno che a Thalassar: nel deserto uno schiavo costa acqua, e l’acqua è troppo cara per sprecarla in chi non lavora. Fra la città e le tribù c’è un disprezzo antico e reciproco: per Keshar i nomadi sono predoni, per i nomadi Keshar è una corte che si è convinta di possedere il deserto perché lo vede dalle mura.
Famiglia e vita privata
A Keshar, come in quasi tutto il Sud, una donna che vuole parlare in presenza di estranei aspetta in silenzio che un uomo lo faccia per lei. Le donne della città escono velate, vivono nella parte interna della casa, attorno al cortile, e lavorano nei campi, negli orti e ai telai; il denaro e le ore d’acqua sono del padre o del marito. Le tribù del deserto sono un’altra faccenda: lì le donne cavalcano, contrattano e, se sono abbastanza vecchie e abbastanza dure, guidano la propria gente, e nessuno ci trova niente da ridire.
La casa di Keshar è chiusa verso la strada e aperta verso il cortile, con una cisterna o una giara grande al centro, stanze a pianterreno per l’estate e il tetto piatto per le notti calde; le famiglie ricche hanno torri del vento, i badgir, che catturano l’aria fresca in alto e la spingono nelle stanze. Il matrimonio si combina tra famiglie, e la dote si conta in palme, gioielli d’argento e ore d’acqua. I figli maschi ereditano le palme, le figlie i gioielli; e una vedova senza figli maschi, a Keshar, impara presto a contare ciò che le resta al collo.
Vita quotidiana
La giornata segue il sole. Si lavora all’alba e al tramonto, si dorme nelle ore centrali, si vive la sera, quando le strade strette della città si riempiono di gente, di voci e di odori di pane. Davanti alle fontane pubbliche le donne fanno la fila con le brocche, ed è lì che si sanno le notizie prima che arrivino al Palazzo. I bambini giocano nei canali asciutti fino a quando il mirab non li riapre. Le strade sono strette apposta, per fare ombra; balconi, terrazze e passerelle uniscono le case sopra i vicoli, e si può attraversare mezzo quartiere senza toccare terra.
Al tramonto, dicono, le palme di Keshar fanno un rumore come di pioggia leggera, e i vecchi si siedono sui tetti ad ascoltarlo, perché è l’unica pioggia che vedono per mesi. Lo ricordo come se l’avessi sentito anch’io, seduto su uno di quei tetti. Me l’ha raccontato un cammelliere a Neokastron, credo, e l’ha raccontato bene.
Alimentazione
Il dattero è tutto: fresco, secco, pressato in pani, cotto in uno sciroppo scuro con cui si addolcisce ogni cosa, immerso nel miele per gli ospiti di riguardo. I nomadi ne masticano tanti che si riconoscono dai denti anneriti. Il pane è una sfoglia sottile cotta su pietre roventi o contro le pareti di un forno d’argilla; con il pane si mangiano lenticchie, fave, cipolle, cetrioli degli orti dell’Oasi, formaggio di capra e latte di cammella acido. La carne è per le feste e per gli ospiti: capretto e montone, e il cammello quando muore per conto suo. Le spezie arrivano con le carovane e finiscono in ogni pentola, perché a Keshar costano meno che altrove. Si beve acqua, quando c’è, e un vino di datteri che i sacerdoti disapprovano e i soldati no; l’acqua offerta a un ospite è il gesto più solenne che un Arakhaniano conosca.
Abbigliamento e cultura materiale
Gli Arakhaniani vestono strati larghi di lino e di lana leggera, chiari d’estate e scuri sulle piste, con un lungo panno sul capo che all’occorrenza copre bocca e naso contro la sabbia. Le donne di città portano veli colorati, quelle delle tribù veli color ocra o terra; tutti portano gioielli d’argento, anelli alle orecchie, e nel profondo Sud anche cerchi al naso. I soldati regolari indossano armature leggere di cuoio e scaglie, elmi a calotta avvolti nel tessuto e scudi rotondi; i coscritti, quando ci sono, scudi di vimini.
La cultura materiale è quella di un popolo che spreca poco. Della palma si usa tutto: il legno per le travi, le foglie per i tetti, le stuoie e i cesti, le fibre per le corde, i noccioli per il fuoco e per gli animali. Le giare d’acqua sono di argilla porosa, che suda e così raffredda ciò che contiene. I mattoni sono di fango e paglia, con contrafforti di pietra dove serve; il selciato bianco di Keshar è il lusso di una capitale. I nomadi portano con sé specchi di metallo lucidato per segnalare da lontano, otri di pelle e coltelli ricurvi.
Religione
Arakhan appartiene al Silenzio. A Keshar ci sono chiese e templi, con le loro scalinate, e i templi del Silenzio arakhaniano sono costruiti in arenaria gialla del deserto. La memoria più antica del Regno, però, è un’altra: il primo re ricevette l’Oasi da divinità del deserto che il Silenzio non aveva ancora sostituito, e nessuno ha pensato di togliere quel mosaico da sopra il trono. Ho visto la stessa cosa in molti posti del Continente. La Chiesa si prende gli altari; i vecchi dei restano sui muri, dove li guardano i bambini.
Il Silenzio, nel deserto, ha preso l’odore dell’acqua. Ogni volta che il mirab apre un canale nuovo un sacerdote lo benedice, e i contadini versano il primo secchio sulla soglia del tempio; si prega accanto ai pozzi, e si dice che chi muore di sete senza un nome scritto diventi un vento cattivo. I Monumenta dei morti di Keshar stanno nelle chiese come in ogni città del Continente; i corpi, dove il legno vale più dell’argento, vengono bruciati su pire di fronde di palma, quando le famiglie possono permetterselo, o affidati alla sabbia oltre i palmeti, quando non possono. Le tribù del deserto pregano il Silenzio più o meno quanto si fidano dei presagi, cioè poco.
Cultura e istruzione
A Keshar si impara a leggere nei templi, se si è figli di mercanti o di sacerdoti, e a corte, se si è figli di generali; tutti gli altri imparano a contare le palme e le ore d’acqua, che è la matematica che serve. I funzionari del Palazzo scrivono nella lingua del Continente, i poeti nella lingua propria, e i poeti sono più rispettati dei funzionari. Le tribù non scrivono quasi niente, ma ricordano tutto: i pozzi, i nomi dei cammelli famosi, le offese, le vittorie e le genealogie, recitate attorno al fuoco come i preti recitano i nomi davanti ai Monumenta.
L’arte di cui gli Arakhaniani vanno più fieri è quella dell’acqua: scavare un kariz, trovare una falda, tenere viva una cisterna, far bastare un canale a tre famiglie. Subito dopo viene l’arte delle stelle, con cui i cammellieri e i messaggeri si orientano di notte; un buon cammelliere conosce più stelle di un astronomo di Thalmyra, ma non sa scriverne il nome. Le gallerie del Palazzo, con i dipinti delle antiche vittorie, sono l’unico libro di storia che il Regno abbia, e come tutti i libri di storia dipinti dai vincitori sono belle da guardare e inutili da consultare.
Feste e usanze
La festa più grande è la raccolta dei datteri, alla fine dell’estate, quando i ragazzi salgono sulle palme con una corda di fibra intorno alla vita e i grappoli scendono a terra in ceste che passano di mano in mano fino ai magazzini; per tre notti si mangia, si canta e si fanno i matrimoni dell’anno. La Notte dell’Acqua, al principio della stagione fresca, è la notte in cui il mirab legge davanti al Palazzo i turni dei canali per l’anno a venire: si accendono lampade lungo tutti i canali dell’Oasi, e chi ha perso ore d’acqua lo scopre davanti a tutti.
Tra le usanze ci sono l’acqua offerta all’ospite prima di qualunque parola, la sacralità dell’ospite per tre giorni, le mani delle spose dipinte di polvere ocra e la partenza delle carovane, che si benedicono all’alba fuori dalla porta settentrionale. Davanti al Re ci si inchina, ma non ci si prostra nel fango come a Thalassar: a Keshar, del resto, il fango è di solito troppo prezioso per sprecarlo così.
Strade, trasporti e comunicazioni
Nel deserto non ci sono strade, ci sono piste, e le piste vanno da un pozzo all’altro. Le principali sono segnate da cumuli di pietre e da vecchie pietre miliari che qualcuno, in un tempo che nessuno ricorda, ha piantato nella sabbia; le altre le conoscono soltanto le tribù. Da Keshar partono la pista settentrionale, verso le terre coltivate del centro e Thalassar; la strada orientale, costruita molti anni fa per commerciare con le Amazzoni, verso il margine della Selva; la pista occidentale, attraverso le pianure di sale, verso Sabkhar e il mare; e le piste del Sud, verso Ain Rimal e oltre.
Si viaggia con i cammelli, di notte o nelle ore fresche, in carovane che si fermano nei caravanserragli dei pozzi. Un messaggero esperto si orienta con le stelle e attraversa il deserto più in fretta di qualunque cavaliere, ma tempeste di sabbia e predoni ne inghiottono uno ogni tanto. Tra le oasi minori e la capitale le notizie viaggiano con gli specchi, di torre in torre, quando il cielo è limpido, e con i fuochi di notte. Dentro l’Oasi ci si sposta a piedi lungo gli argini dei canali, e il modo più rapido per attraversare Keshar resta passare sopra i tetti.
Storia
Prima dell’Impero
Il mosaico del Palazzo dice che il primo re ricevette l’Oasi dalle mani di divinità del deserto più antiche del Silenzio, e per gli Arakhaniani di città questo basta. Le tribù raccontano un’altra storia: vivevano nel deserto prima che esistesse un re, e il deserto non apparteneva a nessuno. Probabilmente hanno ragione tutti e due, come capita quando nessuno ha scritto niente.
Durante l’Impero
Del Regno ai tempi dell’Impero le mie fonti non dicono quasi nulla. Le vecchie pietre miliari lungo la pista settentrionale fanno pensare che le strade imperiali arrivassero almeno fino ai primi pozzi; qualcuno dice che i re di Keshar pagassero un tributo in incenso e datteri e governassero l’Oasi in nome dell’Imperatore, altri che le legioni non si siano mai spinte oltre il limite delle sabbie. Non so chi abbia ragione. So che a Keshar nessuno chiama la propria terra «provincia», e che lo dicono con un certo orgoglio.
Caduta dell’Impero
Quando l’Impero si spezzò, il deserto rimase dov’era. La Guerra Civile si combatté soprattutto lontano dalle sabbie, ma le carovane si fecero più rare, le piste meno sicure e le tribù più audaci, e si dice che fu in quei decenni che le mura di Keshar vennero rinforzate e alzate. Le mura furono costruite contro le tempeste di sabbia, le razzie e gli assalti delle tribù nomadi, e per secoli non dovettero affrontare un esercito regolare del Continente.
Formazione del Regno
Arakhan non nacque da una provincia ma da un’Oasi. La gens di Al-Mansur si tenne Keshar, l’acqua e i pozzi, e da lì estese il proprio dominio sulle oasi minori e sulle piste, fino a convincersi di possedere anche il deserto che non riusciva a vedere dalle mura; le tribù, a sentirle, non sono mai state d’accordo. Come sia successo e quando, le mie fonti tacciono.
Età dei Regni
Del Regno durante la Guerra Civile non si sa quasi nulla. Si sa soltanto che Thalassar lo guarda da tempo come la porta della Selva. Negli anni dell’Armistizio Arakhan ha fatto ciò che fanno i regni piccoli tra vicini grandi: ha commerciato con tutti, ha aperto la sua strada verso il margine di Amana e ha sperato che nessuno se ne accorgesse. Thalassar se n’è accorto. Quando sia cominciata la guerra, con precisione, non so dirlo: i mercanti parlano di anni di scontri ai pozzi di frontiera, di razzie da una parte e dall’altra, poi delle legioni. Quando la mia storia comincia, l’esercito di Thalassar ha già respinto gli Arakhaniani fino alla capitale e si prepara all’assedio, mentre Re Al-Mansur, dietro le sue tre cinte, conta i propri uomini e il proprio grano.
L’età dei regni
L’assedio. Il nuovo Pontefice Titus, subito dopo l’elezione, scrive ai governanti di Keshar invitandoli a riconoscere l’autorità della Chiesa e a non opporsi a chi agisce in nome del Silenzio; la pergamena viene intercettata dalle Amazzoni. Dopo l’Editto della Magna Campana, che non gli ordina di attaccare ma glielo concede, Thalios raggiunge le sue legioni nel deserto e ordina di prendere i pozzi esterni, chiudere le piste, abbattere i palmeti e incatenare chiunque sia abbastanza forte da lavorare: «Quando avremo finito, Arakhan non sarà più un regno, ma una provincia di Thalassar.» L’esercito di quindicimila uomini distrugge l’anello esterno dell’Oasi villaggio dopo villaggio; quasi duecentomila persone si ammassano dentro la capitale. Al-Mansur arma quindicimila civili, fa avvelenare i pozzi esterni e riempirli di carcasse, ma le carovane pagate dall’oro di Aeterna riforniscono il campo nemico lungo una catena di depositi preparata sulla costa. Thalios fa caricare negli onagri le teste degli abitanti dei villaggi. «Arakhan stava lentamente morendo.»
L’aiuto di Amana. Myrina non considera gli Arakhaniani alleati, ma Selene la convince che senza Keshar Amana sarà circondata, e parte con cinquecento Guerriere Scelte. Al-Mansur e la sua corte le accolgono con risate e allusioni, poi le accettano perché non hanno scelta. Durante l’Assedio dell’Oasi di Keshar le cinte cadono una dopo l’altra; i genieri di Arakhan bruciano le torri e i ponti della seconda cinta prima di abbandonarla, e l’ultima cede sotto il Fuoco Nero e una mina scavata sotto le fondamenta. Keshar viene saccheggiata, e nelle ore del sacco la gente invoca il Silenzio mentre le case bruciano. Al-Mansur resta a combattere nella sala del trono e manda a dire a Myrina che Arakhan non si è inginocchiata davanti a Thalios. Selene esce con le superstiti dallo scolo dei canali e giura di non tornare ad Amana finché il deserto non avrà vomitato il doppio dei morti lasciati in città.
Lontano. Nel cuore di Umbra, sulla sfera del mondo, Lysandros vede il punto corrispondente ad Arakhan lampeggiare e riempirsi di scariche rosse, «come sangue sporco dentro acqua limpida». Doros mormora: «Keshar.»
Il Disertore annota che di tutto questo sui Monumenta resterà una riga pulita: «Keshar conquistata, Arakhan sottomessa, vittoria concessa dal Silenzio.»
Rapporti con gli altri Regni
Thalassar. È il vicino, il cliente, il creditore e infine il nemico. Per generazioni le carovane di Keshar hanno venduto datteri e sale ai mercati thalassariani e comprato in cambio grano, ferro e sesterzi; poi i Serakh hanno deciso che Keshar era la porta della Selva, e una porta, per un Thalassariano, si apre o si sfonda. Gli Arakhaniani chiamano i soldati di Thalassar «i serpenti», e non per via dello stemma.
Le Selve di Amana. Arakhan è l’unica via per cui le Amazzoni possono commerciare senza passare dalle terre dei Serakh, e la strada verso il margine della Selva è un affare per entrambi. Alleati, però, non lo sono mai stati: la corte di Keshar disprezza le donne in armi, e la Regina Myrina non ha mai considerato gli Arakhaniani suoi amici.
Aeterna e la Chiesa. Arakhan è un Regno del Silenzio, con le sue chiese e i suoi templi, e paga le sue decime come gli altri, forse con meno entusiasmo. Ad Aeterna se ne ricordano soprattutto quando c’è da contare i fedeli o le monete.
Solthar e Caldor. Con Solthar i rapporti passano per i mercanti, che comprano incenso e sale e vendono notizie; con Caldor per le poche barche di Sabkhar che risalgono la costa occidentale. Degli altri Regni, a Keshar, si sa poco e si pensa meno.
Note del Disertore
Arakhan è il Regno di cui so meno, e lo ammetto volentieri: non ci sono stato, e quello che so l’ho sentito da cammellieri, mercanti, mercenari e soldati che ci hanno combattuto. Ognuno me ne ha raccontato un pezzo diverso, e nessuno dei pezzi combaciava del tutto. Ma una cosa la dicevano tutti: laggiù l’acqua non è una risorsa, è la legge, il denaro e il tempo. Un popolo che misura la ricchezza in ore d’acqua e in palme ha capito della vita più di molti filosofi.
Il guaio di Arakhan è che ha un cuore solo. Un Regno del Nord puoi bruciarlo a pezzi, e i pezzi ricrescono; Arakhan ha un’Oasi, e chi tiene l’Oasi tiene tutto. Thalassar l’ha capito da tre generazioni. Gli Arakhaniani, credo, l’hanno sempre saputo, e hanno costruito tre cinte di mura invece di costruire un secondo cuore.
E poi ci sono le tribù, che il Re di Keshar chiama predoni e che chiamano il Re di Keshar un uomo che si è convinto di possedere ciò che vede dalle mura. Ho il sospetto che abbiano ragione loro. Le mura si prendono, i pozzi si prendono, le strade si prendono. Il deserto, a quanto mi dicono, non si è mai lasciato prendere da nessuno.
