Domitius
Domitius è il Re di Ferrata, il Regno di roccia scura e cielo grigio incastrato tra le montagne centrali, padrone delle più grandi vene di ferro, carbone e zolfo di Aeterra. Governa da una sala del trono che è anche un’armeria in attività, tra rastrelliere di spade, picche, asce e scudi appena forgiati, mentre fabbri e ispettori controllano il bilanciamento delle lame e la tenuta dei rivetti, e dalle officine sotterranee sale il battito dei martelli.
Del suo regno so poco, ma basta guardarlo per capire che non è nato sui cuscini. Tra i suoi consiglieri c’è un vecchio fabbro che lo conosceva prima dell’incoronazione, e il Re non si vergogna di ascoltarlo. Ferrata vende armi a tutto il Continente, e per questo tutti, Re e preti, hanno bisogno di lui.
Aspetto
Domitius è l’incarnazione della propria terra: basso, largo di spalle e massiccio, con il corpo di un uomo abituato a sollevare martelli prima ancora di portare una corona. Piccole cicatrici bianche, lasciate dalle scintille delle fucine, gli coprono gli avambracci; le mani sono callose e annerite in modo permanente, e sotto le unghie restano tracce di carbone che nessun lavaggio riuscirà mai a togliere.
Non porta seta. Nella sua sala veste un grembiule di cuoio sopra la cotta di maglia, e accanto al trono tiene un martello da guerra dall’impugnatura rivestita di cuoio consumato, la cui testa porta ammaccature autentiche, non decorative.
Personalità
Domitius parla poco e senza alzare la voce, ma quando parla la stanza tace. Ha l’orgoglio del lavoratore più che quello del sovrano: il ferro di Ferrata è il frutto dei polmoni bruciati dei minatori e delle mani mutilate dei fabbri, e nessuno, nemmeno il Pontefice, ha il diritto di decidere a chi debba essere venduto.
Disprezza i banchieri, uomini che spostano il lavoro degli altri da un registro all’altro senza mai sollevare niente di più pesante di una penna o di una moneta, e i preti, che pregano, scrivono bolle e bruciano incenso. Capisce invece benissimo il linguaggio del pagamento. È un uomo concreto: guarda la mappa e vede gole, passi e fucine, e diffida delle parole che non pesano.
Le minacce dei preti non lo spaventano. Non saprei dire se sia coraggio o soltanto la sicurezza di chi possiede ciò di cui tutti hanno bisogno; forse, in un Re, le due cose si somigliano parecchio.
Prima degli eventi
Domitius regna su Ferrata e sulle sue miniere da prima che questa storia cominci. Mentre l’Orda premeva sul Nord, aveva offerto alla Cittadella di mandare ferro e armi al Limes; quelle offerte, dice lui, marcivano sopra le scrivanie della Cittadella. Ferrata vendeva il proprio ferro alla Chiesa a prezzo calmierato.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Due giorni dopo le lettere di Caelorn Varricus, due messaggeri attendono davanti a Domitius. Il primo è un sacerdote di Aeterna in veste nera, troppo pulita per quel luogo, con una bolla in cui Titus pretende l’esclusiva immediata su una larga parte della produzione d’armi di Ferrata, per la difesa della Fede e della Chiesa. Il secondo viene da Solthar, ha la polvere del viaggio sul mantello e nessun simbolo religioso.
Domitius legge la bolla e grugnisce che Titus vuole armare Thalassar e lasciare disarmati tutti gli altri. Al prete che parla della minaccia barbarica ricorda le sue offerte per il Limes. Varricus non gli piace, ma almeno sembra riconoscere che il ferro del Continente ha un proprietario. Quando il vecchio consigliere fabbro lo avverte che rifiutare significa essere dichiarati nemici della Fede, Domitius ride e getta la bolla nel braciere; il sigillo cola tra i carboni come sangue.
«Ora reca quello del fuoco.» Domitius guardò le fiamme. «Che ci scomunichi pure! I preti pregano, scrivono bolle e bruciano incenso. Ma i soldati mangiano ferro.»
«E il ferro è mio.» Fa dire a Varricus che Ferrata accetta, e che non si inginocchierà mai davanti a un uomo che pretende di decidere a chi vendere il lavoro e il sudore del suo popolo. Poi afferra il martello:
«Se Titus vuole le mie spade, dovrà venire a prenderle dalla parte della punta.»
Batte due volte il pavimento, e per un istante il colpo sovrasta persino le fucine. Ordina di chiudere i passi verso Aeterna, di fermare ogni convoglio d’armi diretto a Sud e di trattenere le merci già pagate finché la Cittadella non riconoscerà il diritto di Ferrata e di Solthar a commerciare liberamente; lascia tornare il prete perché riferisca ogni parola. «Da oggi Ferrata non vende alla Cittadella neppure un chiodo… Oro e Ferro contro il ricatto dei preti.» Gli uomini battono i pugni sugli scudi, e nelle officine altri martelli rispondono senza sapere ancora perché.
Nel Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue Ferrata arma gli eserciti e chiude i passi alla Cittadella; Domitius ottiene in cambio la garanzia che il suo ferro sarà pagato in moneta autentica, non con promesse ecclesiastiche o future indulgenze commerciali.
