Thalios Serakh
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Titolo Re di Thalassar Dinastia Dinastia Serakh Regno Thalassar Residenza Basileia Thalassar, Chrysepolis Madre Cassiane Fratelli Iason Serakh, Braxos Serakh, Thaleia Serakh Prima apparizione L’età dei regni
Thalios Serakh è il Re di Thalassar, il Regno che lui stesso definisce il più ricco, popoloso e potente del Continente, e il capo della Dinastia Serakh. Dalle mie parti lo chiamano semplicemente il Re del Sud, e a nessuno serve chiedere quale.
È giovane, è il primogenito ed è l’erede del padre morto, e non perde occasione di ricordarlo ai fratelli Iason e Braxos. Governa da Basileia Thalassar, il palazzo d’oro che domina Chrysepolis, ma all’inizio della vicenda il suo cuore è nel deserto: le sue legioni, guidate dal generale Agrios, hanno spinto gli uomini di Arakhan fino alla loro capitale e si preparano ad assediare l’Oasi di Keshar.
Dietro Arakhan c’è la vera preda: le Selve di Amana e il loro Legno-Ferro, con cui Thalios immagina da anni un esercito invincibile e una flotta padrona del mare. Dietro Amana, come dice lui stesso, c’è il resto del Continente.
Aspetto
Thalios non ha l’aspetto di un sovrano stanco delle guerre. È alto e slanciato, con spalle larghe ma prive della pesantezza di chi combatte da sempre sotto una corazza. La pelle olivastra è quasi priva di cicatrici; i capelli neri, lunghi fino alla nuca, sono tirati all’indietro e trattenuti da un sottile fermaglio d’oro. Il volto è liscio, senza un filo di barba, e i lineamenti sono tanto armoniosi da sembrare scolpiti da un artista più interessato alla bellezza che alla somiglianza. Ha occhi chiari e taglienti come pietre preziose e labbra sottili sempre sull’orlo di un sorriso che sembra promettere e minacciare insieme.
Nelle cerimonie veste una tunica di stoffa viola leggera, ricamata con fili metallici e stretta in vita da fasce decorate, con fermagli d’oro al mantello e gemme ai bracciali, agli anelli e alle impugnature. Porta un turbante avvolto con tale cura da sembrare una corona di stoffa, ornato da una pietra azzurra. In mezzo all’oro e alle sete, il suo volto resta la cosa più splendente; i fratelli, al suo fianco, sembrano versioni imperfette della stessa figura.
In guerra monta un cammello da guerra alto e nervoso, che governa con strattoni brevi e violenti, indossa una corazza leggera e impugna una spada dalla lama d’acciaio e dall’impugnatura d’oro. Nel deserto, senza il sorriso del politico, il suo volto appare nudo, bellissimo e terribile.
Personalità
Thalios è intelligente, carismatico e dotato di un istinto naturale per il potere. Sa che le battaglie da sole non bastano:
«Un esercito conquista una città, ma sono le parole, le minacce e i trattati a stabilire quanto a lungo quella città rimarrà nelle mani del vincitore senza che nessuno si opponga.»
Persino il fratello che lo teme di più gli riconosce il talento di convincere gli uomini, di capire ciò che desiderano e di mostrare loro soltanto la parte di sé che devono vedere. Al concilio indossa la compassione come un abito da cerimonia; davanti ai soldati diventa il condottiero che trasforma una conquista in una missione. Parla con voce calma e controllata, e spesso gli basta un mezzo sorriso per far abbassare gli occhi a un fratello.
La calma, però, è una maschera. Quando qualcuno lo contraddice o lo umilia, sotto il sorriso affiora una furia scomposta, quasi infantile. Ogni opposizione diventa un’offesa personale, ogni avversario qualcuno da abbattere e da umiliare; il suo logoteta dice che reagisce alla prima provocazione come se la sua autorità fosse sul punto di crollare. È sensibile soprattutto quando si nomina il padre e la sua legittimità di erede, e sa di esserlo. Della crudeltà fa uno strumento: non la nasconde, la dosa.
Non divide il potere con nessuno. A Thalassar, pensa, il potere si conquista e si conserva con la forza, anche quando questo significa far sparire fratelli, figli o padri: come ai tempi degli antichi Imperatori, il sangue maschile comanda, ma un solo uomo siede sul trono. Disprezza i Re del Nord, che chiama «bifolchi», e i barbari, che chiama «bestie»; considera i pirati delle Sette Isole eretici e una spina nel fianco degli uomini civili. Rispetta pochissimi uomini, forse uno soltanto: il generale Agrios, che ha servito suo padre.
Con la Chiesa del Silenzio ha un rapporto da mercante. Ad Aeterna si dice che il giovane prete Titus gli sia vicino, e i tesorieri della Chiesa prestano l’oro che tiene in mare le sue navi; ma secondo lo stesso Titus il Re non è devoto: tollera la Chiesa soltanto perché gli è utile.
Sulla sorella Thaleia, a corte, girano voci che nessuno osa ripetere ad alta voce: che non la guardi come un fratello dovrebbe guardare una sorella, che la tenga troppo vicina e non abbia fretta di darle un marito. Le voci, naturalmente, sono soltanto voci. A Chrysepolis, però, le voci hanno l’abitudine di essere più informate dei ministri.
Io ho visto l’arsenale di Chrysepolis, con gli scafi lasciati a metà sulle impalcature e i carpentieri fermi ad aspettare legname che non arriva, e ho capito perché a Thalassar tutti guardano verso Amana con la fame negli occhi. Se il Re riuscisse a prendersi quelle foreste, avrebbe navi quasi impossibili da affondare:
«Sempre che le Amazzoni gli permettano di tagliare gli alberi senza tagliare prima lui.»
Prima degli eventi
Thalios è il maggiore dei figli maschi del vecchio Re e gli è succeduto alla sua morte. La madre, la Regina vedova Cassiane, vive ritirata nell’ala orientale del Palazzo e ammette di non aver mai avuto autorità su di lui: non le obbediva da bambino, e ora è il Re.
Ha ereditato un disegno preparato da tre generazioni: prendere Arakhan, stringere Amana da Ovest e da Est e chiudere la costa con la flotta. Lui lo ha fatto suo. La guerra contro Arakhan, che giustifica pubblicamente accusando gli Arakhani di razzie e di alleanza con le Amazzoni di Amana, è già in corso quando la Chiesa convoca i Re ad Aeterna per l’invasione del Nord; nel frattempo, lungo il confine orientale della Selva, i suoi castra e le sue pattuglie vengono distrutti uno dopo l’altro.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Il concilio di Aeterna. Thalios entra nella Capitale in testa al corteo, sul cammello, tra i fratelli, mentre i valletti gettano monete alla folla. Lungo la strada parla apertamente dei suoi piani: presa l’Oasi, controllerà acque e vie carovaniere e chiuderà a tenaglia la Selva, «Forse sarà finalmente la volta buona per sterminare le Amazzoni». Passando sotto un arco trionfale spogliato delle statue degli Imperatori, aggiunge che poi potrà pensare al resto del Continente.
Al concilio, cinque troni su nove, ostenta compassione per il Nord di Severian Corvus e offre «uomini, navi e rifornimenti». Caelorn Varricus gli domanda da dove farebbe passare quell’esercito e gli rinfaccia la guerra ad Arakhan e l’assedio dell’Oasi; quando gli ricorda il padre, il sorriso di Thalios scompare. Il Re giustifica la guerra con le razzie degli Arakhani e la loro alleanza con le Amazzoni, i due si alzano in piedi e Lucius Aurelianus deve sospendere il concilio. Gli aiuti promessi a Severian non arriveranno mai: due mesi dopo, al castrum di Valdoran, Varro li aspetta ancora.
Nei suoi alloggi la maschera crolla. Scaglia contro il muro un calice di bronzo, chiama Varricus «Maledetto verme» e ordina ai fratelli di tornare a Chrysepolis per preparare la guerra contro Solthar e muovere la flotta. Quando Iason obietta che tre fronti insieme non sono prudenti, Thalios gli ricorda chi porta la corona: «Sono io il re. Sono io il maggiore.» E ancora:
«Perché a Thalassar i fratelli non governano insieme. E prima o poi, i fratelli possono diventare ostacoli.»
Rimasto solo, manda ad Agrios l’ordine di prendere l’Oasi «a qualunque costo», prima del suo ritorno. Il messaggero non arriverà mai: i Silenti lo decapitano e la Chiesa legge gli ordini del Re. Quella notte Thalios dorme come in preda alla febbre e sogna troni in fiamme, re in ginocchio, preti del Silenzio con la bocca cucita e statue e Monumenta con il suo volto, tanto numerosi da soffocare quelli di ogni altro uomo: «Il Silenzio non vi ricorderà», mormora, «Ricorderà soltanto me.» Bestemmia il Silenzio, che accusa di premiare uomini deboli. Pensa ai fratelli, utili finché obbediscono, e alla sorella: l’idea che un altro uomo possa sposarla e portarla via gli provoca una rabbia «più fredda e malata». Al risveglio quel pensiero senza nome è già diventato una decisione.
L’Editto e Keshar. Tornato nel deserto, trova quindicimila uomini fermi e le macchine ancora coperte, perché l’ordine non è mai giunto, e sospetta, senza poterlo provare, che la stessa mano che lo ha fatto intercettare stia per parlargli. Infatti arriva un Silente con l’Editto della Magna Campana: Aurelianus è morto, Titus ha il manto, e nessun sovrano deve più attendere il permesso della Chiesa per difendere l’ordine, purché sia giudicato dai risultati. Thalios ne capisce il senso: Titus non gli ordina la guerra, gliela concede, riservandosi di decidere poi se chiamarla giustizia o crimine. Accetta la sfida, disposto ad apparire servo se il servizio lo avvicina alla meta, e sorride come un lupo davanti al recinto aperto. Ai soldati grida: «Aeterna non ci chiede più di attendere: il Silenzio ci chiede risultati.» Ordina di prendere i pozzi esterni e abbattere i palmeti, e sulla popolazione è chiaro: uccidere chi impugna un’arma, incatenare chi può lavorare, scavare o remare, perché Keshar deve continuare a produrre «acqua, grano e uomini». Arakhan diventerà una provincia di Thalassar. L’esercito risponde: «PER THALASSAR! PER I SERAKH!»
Durante l’Assedio dell’Oasi di Keshar Thalios ha voluto una vittoria rapida, ma l’Oasi gli insegna la pazienza: lascia lavorare fame, sete e malattie mentre i genieri montano torri e onagri, rifornito ogni giorno da carovane pagate con l’oro di Aeterna. Dalla duna ordina di riempire le prime ceste degli onagri con le teste degli abitanti dei villaggi, perché le madri riconoscano i figli: «Ogni ora di resistenza deve sembrare un peccato che il Silenzio punisce con il sangue.» Quando gli annunciano che cinquecento Guerriere Scelte sono uscite dalla Selva, se ne rallegra e le lascia passare attraverso un corridoio aperto di proposito, per chiuderle dentro la città: «il Silenzio ha deciso di consegnarmene due». Schiera tutti i quindicimila uomini perché i difensori li contino, apre le mura con il Fuoco Nero dei sifoni e i suoi veterani entrano dalla breccia sotto i serpenti dorati. Keshar cade, Al-Mansur muore, ma Selene e una parte delle Amazzoni fuggono dallo scolo dei canali verso sud. Thalios ha preso l’Oasi; il deserto, osserva Selene, non ancora.
Nello stesso tempo la sua flotta impone a Solthar un blocco non dichiarato nello Stretto delle Spezie, Varricus mette una taglia sui suoi dromoni, e a Chrysepolis la sorella fugge con un corsaro delle Isole. Thaleia sa che cosa farebbe suo fratello a chi la riportasse indietro: direbbe che l’hanno rapita, li farebbe accecare e impalare.
Voci correlate
- Thalassar
- Dinastia Serakh
- Basileia Thalassar
- Chrysepolis
- Cassiane
- Iason Serakh
- Braxos Serakh
- Thaleia Serakh
- Nikephoros
- Agrios
- Arakhan
- Oasi di Keshar
- Assedio dell’Oasi di Keshar
- Al-Mansur
- Selve di Amana
- Amazzoni di Amana
- Legno-Ferro
- Fuoco Nero
- Editto della Magna Campana
- Titus
- Caelorn Varricus
- Solthar
- Severian Corvus
- Aeterna
- Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue
