Nazioni
Nazioni è una parola nuova per una cosa che i Re fingono antica: l’idea che un uomo appartenga al proprio Regno prima che al Continente, alla Chiesa o al ricordo dell’Impero. Per più di cent’anni dopo la morte dell’ultimo Imperatore, i Regni di Aeterra hanno continuato a chiamarsi fratelli, a inviare i propri registri ad Aeterna e a sedere attorno al trono vuoto come inquilini di una casa di cui nessuno osava dichiararsi padrone. Il Continente, nella lingua dei suoi sovrani, era ancora uno: «Siamo tutti figli di Aeterra e fedeli seguaci del Silenzio».
Non so chi abbia pronunciato per primo la parola. So che oggi la si sente nelle taverne, accanto a «libertà» e «grano», di solito pochi minuti prima che arrivi un reclutatore.
Che cosa si crede
Fino a ieri, l’appartenenza contava in due modi soltanto. C’era la casa: il Castello del Duce, il villaggio, la torre, la Gens, il Regno in cui si nasceva e il Re che lo governava. E c’era il Continente, cioè gli uomini civili, fedeli al Silenzio, contrapposti a tutto ciò che stava fuori: i barbari oltre il Limes, gli eretici delle Sette Isole, le donne di Amana che rifiutano la Legge. Tra gli uni e gli altri non c’era nulla, se non i trattati.
I Regni avevano identità forti, questo sì, ma non pensavano di bastare a se stessi. Il Nord si crede il più forte e valoroso del Continente e grida «Gloria al Nord!», ma la sua ragione d’essere è una missione per conto di tutti, il Grande Limes Settentrionale; Thalassar, il Regno più ricco e popoloso, ha un Re che chiama gli uomini di Valdoran «bifolchi del Nord»; Caldor, da generazioni, si sente derubata dei confini. Il loro orgoglio, tuttavia, restava dentro una cornice comune: la Chiesa custodiva i registri di tutti, i Monumenta viaggiavano verso la Cittadella, le Decime pagavano la difesa di tutti, e sulla grande carta del Pontefice ogni Regno aveva il suo colore, ma la carta era una sola. Alcune regioni, su quella carta, portano ancora i nomi di province scomparse da quasi un secolo.
Fuori dal Continente civile, la parola esiste già. Alle Amazzoni di Amana la Selva diede rifugio quando il Continente voleva ridurle in schiavitù; parlano di sé come di un popolo intero, le Senza Seno si dicono «madri della patria e figlie della Foresta», e quando Selene conta le forze di Thalassar dice, senza vergogna, che «la nostra intera nazione» non riempirebbe due delle loro città costiere.
Eventi nella saga
L’età dei regni
La fine dei fratelli. Al concilio di Aeterna i Re si chiamano ancora fratelli, ma nessuno manda un uomo al Nord. Severian, rimasto solo, strappa il vecchio stendardo imperiale e lo getta nel fuoco: da quella notte Valdoran combatte soltanto per Valdoran. Morto Aurelianus, Titus proclama che nessuna corona starà al di sopra della Chiesa e che le azioni dei sovrani saranno giudicate dai risultati; ogni Re sceglie quale vicino mordere per primo. Marcellus entra nelle valli di Valdoran annunciando agli abitanti che non sono più orfani di Valdoran, ma figli di Caldor: l’appartenenza, a quanto pare, si cambia con un sacco di farina.
Il Patto e lo Scisma. Solthar, Ferrata e Vindelia stringono il Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue, nato da registri bancari e liste di armi più che da un giuramento. Per non chiedere ai popoli di rinnegare la fede, i tre Re separano il Silenzio dall’uomo che lo rappresenta; il loro manifesto, inchiodato alle porte delle cattedrali, promette che le Decime resteranno nelle loro terre: «il nostro grano sfamerà i nostri popoli». È qui che, per la prima volta nella storia di Aeterra, non singoli uomini, ma intere masse smettono di considerare i propri Regni semplici emanazioni di un potere superiore. Il contadino di Vindelia non vede più il grano come un tributo dovuto ad Aeterra, il fabbro di Ferrata non forgia più spade per qualunque esercito benedetto dalla Cittadella, il mercante di Solthar non affida più i contratti a una fede universale.
«Quel grano era di Vindelia. Quel ferro era di Ferrata. Quell’oro era di Solthar.»
«L’eresia diventò patriottismo.»
Non fu pacifico. Famiglie intere si divisero, padri denunciarono figli arruolatisi nelle milizie, mogli nascosero i simboli della Cittadella mentre i mariti li appendevano alle porte. A Vindelia due soldati che avevano rifiutato di fermare una carovana della Decima, in nome del giuramento fatto davanti al Silenzio, furono impiccati davanti ai granai; il messaggio, per chi faceva la fila per il pane, era che il grano apparteneva al popolo, e il popolo apparteneva soltanto al suo Regno. Le stesse persone che entravano nelle cattedrali a pregare ne uscivano per acclamare i sovrani ribelli, senza vedervi contraddizione. La fede era ancora viva, l’unità del Continente no; l’Impero, a più di cento anni dalla sua morte, era ufficialmente finito, e cominciava l’età dei Regni (vedi Scisma).
Il nome. Ascoltai un uomo leggere il manifesto, inchiodato alla porta di una cattedrale, davanti a una folla che esultava. Titus aveva tirato troppo il guinzaglio, i cani gli avevano morso la mano, e adesso i cani si chiamavano alleati, i morsi libertà, e il sangue versato per decidere chi comanda sarebbe stato chiamato nascita delle Nazioni. Quando i Re smettono di chiamarsi «fratelli dell’Impero» e cominciano a definirsi «sovrani liberi», nelle taverne arrivano i reclutatori, con monete nuove e discorsi sull’onore, a consegnare una lancia a un ragazzo perché vada a morire contro un altro ragazzo identico a lui, ma con una divisa di un altro colore. Lo scrissi allora e lo ripeto:
«questo mondo nuovo mi sembra identico a quello di prima, soltanto con più bandiere da difendere e più nomi per cui farsi ammazzare.»
