Non troverete il mio nome in questi Commentari. Non l’ho dimenticato, e nessuno è ancora riuscito a strapparmelo. Scelgo di non scriverlo perché un nome non serve soltanto a riconoscere un uomo: dice da quale famiglia viene, quale terra lo ha nutrito, quali giuramenti ha prestato e quale autorità si sente in diritto di impiccarlo.

Per queste pagine sono il Disertore. È la parola che mi hanno appiccicato addosso dopo la fuga. La usano come un’accusa, e probabilmente hanno ragione. Da qualche parte, in un registro di guarnigione, il mio nome è ancora scritto accanto a quella parola, nella colonna che si riserva a quelli come me. Non so nemmeno se la fortezza che custodisce quel registro sia ancora in piedi. Nelle Isole, dove i nomi contano meno delle facce, mi chiamano il Pelato. È vero, e non ho intenzione di discuterne.

Che cosa posso dirvi

Ho portato una lancia per più anni di quanti abbia voglia di contare. So come si mangia il pane dei magazzini militari, quanto pesa una marcia sotto la pioggia e come cambia un ordine mentre scende da un generale fino all’ultimo uomo che deve eseguirlo. So leggere un ruolo di guarnigione e distinguere una relazione scritta per informare da una scritta per salvare la pelle di chi la firma. Ho visto dietro le vittorie che finiscono nei Monumenta: villaggi chiamati ribelli dopo che gli era stato portato via il grano, uomini mandati a morire per posizioni che i comandanti avevano già abbandonato, massacri diventati necessità grazie a una parola scelta bene. Quelle parole le ho usate anch’io.

Non sostengo di essere innocente. Ho lasciato il posto che mi era stato assegnato, ho disobbedito agli uomini ai quali avevo giurato fedeltà e, quando è stato il momento, sono stato il primo a saltare dalla finestra. Sostengo soltanto che restare non avrebbe salvato nessuno. La diserzione non è la mia assoluzione: è il punto da cui ho cominciato a rispondere delle mie scelte.

Non vi dirò ancora in quale Regno sono nato né sotto quale stendardo ho servito. Chi legge con attenzione lo capirà da sé; gli altri giudicheranno le mie parole per ciò che contengono, ed è proprio quello che voglio.

I quaderni

Scrivo dove capita: in una stazione di posta, in una locanda, su un molo, dietro una panca di taverna. Non ho un quaderno solo, perché un uomo che porta tutto in un unico posto lo perde tutto in una volta. Ne tengo uno per ogni parte della storia:

QuadernoDi che cosa parla
Quaderno di cuoio neroIl Nord, il Limes, Valdoran
Fascicolo cucito con filo rossoAeterna, i Re e le loro guerre
Fascicolo legato con fibra verdeAmana e le sue guerriere
Carte del saleThalassar, il mare e le Sette Isole
Taccuino dalla copertina cerataThalmyra, l’Accademia e Umbra
Quaderno di tela grigiaLa Chiesa del Silenzio e i suoi preti

Le annotazioni sono numerate, ma i numeri non seguono l’ordine dei fatti: seguono l’ordine in cui le ho scritte, e io non scrivo in ordine. Alcuni fogli sono andati persi, altri li ho dovuti vendere. Una volta ho ceduto mezzo quaderno a un contrabbandiere di formaggio di capra in cambio di una cena calda. Non me ne pento: era un’ottima cena.

Le mie fonti

Una parte dei Commentari l’ho vista con i miei occhi. Il resto viene da testimonianze, lettere, registri, rapporti militari, confessioni e documenti che nessuna autorità avrebbe mai affidato volentieri a uno come me. Sono entrato all’Accademia travestito da portatore di legna. Ho fatto il padre ricco e malato davanti ai banchi del Mercato della Memoria. Ho offerto da bere a più soldati, copisti e marinai di quanti la mia borsa potesse permettersi.

Le fonti ufficiali non sono sempre false, ma sono sempre scritte per uno scopo. Un rapporto destinato a un Re protegge l’ufficiale che lo compila; una cronaca della Chiesa difende la Chiesa; una genealogia dimostra che chi governa ha sempre avuto il diritto di farlo. Anche le testimonianze personali mentono: gli uomini dimenticano, confondono e aggiustano i ricordi finché diventano sopportabili. Io non faccio eccezione. Per questo confronto le versioni e, quando ne sono capace, separo ciò che so da ciò che deduco.

E poi ci sono cose che so senza sapere come. Non ve lo spiegherò, perché non saprei farlo. Quando una di queste vi sembrerà impossibile da conoscere, avrete ragione.

La mia attendibilità

Non sono un cronista neutrale. Diffido dei sovrani, dei preti che confondono la fede con il potere e dei generali che chiamano sacrificio la morte di uomini di cui non conoscono neppure il nome. Questo giudizio attraversa le pagine e non intendo nasconderlo dietro un linguaggio impersonale: la falsa neutralità è soltanto un altro modo di mentire.

Cerco comunque di essere corretto. Non attribuirò a un uomo un crimine soltanto perché lo disprezzo e non cancellerò un gesto giusto perché lo ha compiuto qualcuno che considero colpevole. Ho imparato che si può servire un ordine terribile e conservare una parte di bontà. Ho imparato anche che la bontà non annulla le conseguenze dell’obbedienza.

Se dovete citarmi, scrivete «un anonimo». Non ho titoli, e quelli che avevo me li sono giocati.

A voi

Non so chi siete né quando leggerete. Forse in un tempo in cui i Regni esistono ancora, forse quando i nomi che scrivo indicheranno soltanto rovine. La differenza conta meno di quanto crediate: finché qualcuno legge, esiste una versione della storia che sfugge a chi avrebbe voluto possederla. Mi basta.

Non cercate ancora il mio nome. Quando sarà necessario conoscerlo, non avrò più motivo di nasconderlo.

— Il Disertore

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