Al-Mansur
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Titolo Re di Arakhan Regno Arakhan Residenza Palazzo Reale di Keshar Nemico Thalios Serakh Prima apparizione L’età dei regni
Al-Mansur è il Re di Arakhan, il grande regno di sabbia del Sud, e governa dal Palazzo Reale dell’Oasi di Keshar, la città che per gli Arakhaniani è insieme capitale, granaio e cisterna. Siede su un trono dai braccioli coperti d’oro, sotto un mosaico che mostra il primo re di Arakhan mentre riceve l’Oasi dalle mani di divinità del deserto più antiche del Silenzio; attorno a lui stanno generali, sacerdoti e consiglieri, e alle pareti delle gallerie sono dipinte le antiche vittorie del Regno. È una corte che ricorda volentieri da dove viene.
Quando la vicenda comincia, Al-Mansur sta perdendo una guerra. Le legioni di Thalassar, al comando del generale Agrios, hanno spinto gli Arakhaniani fino alla loro capitale e si preparano ad assediarla. Ad Aeterna Thalios Serakh giustifica la campagna davanti agli altri Re sostenendo che Arakhan ha invaso i confini di Thalassar, razziato villaggi e ucciso innocenti, e che si è alleata con le Amazzoni di Amana; la Regina Myrina, che delle Amazzoni dovrebbe saperne qualcosa, dice invece che gli Arakhaniani non sono mai stati suoi alleati. Io, quando un Re mette in fila tre accuse per giustificare una guerra, comincio a sospettare della quarta, quella che non dice: Keshar controlla l’acqua, le vie carovaniere e la strada verso le Selve di Amana.
Del suo volto, della sua età e di come sia salito al trono le mie fonti tacciono. Non so nemmeno il nome della sua stirpe.
Personalità
Al-Mansur è un sovrano orgoglioso, geloso del proprio comando e convinto che dentro le sue mura nessuno possa combattere senza obbedire al Re. Condivide con la sua corte il disprezzo per le donne in armi, e non lo nasconde neppure quando ne avrebbe bisogno. Non è però uno sciocco: conosce il valore reale dei propri uomini e sa distinguere il proprio orgoglio da ciò che serve alla città, anche se ci mette più tempo di quanto la città possa permettersi.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Prima dell’assalto. Al-Mansur sa di non poter vincere in campo aperto. I suoi ottomila guerrieri regolari, cresciuti nelle guarnigioni delle oasi e temprati dalle guerre del deserto, sono rapidi e letali nelle incursioni tra le dune, ma portano armature leggere, frecce e spade corte, e poco possono contro gli scudi a torre di Thalassar. Per disperazione arma quindicimila civili, contadini, profughi e artigiani, con lance spuntate, vecchi archi e scudi di vimini, mentre i fabbri trasformano falci e coltelli da macellaio in armi. Prima di ritirarsi entro le mura tenta di trasformare il deserto in un’arma: fa avvelenare i pozzi esterni e li fa riempire di carcasse. Non basta: le carovane pagate dall’oro di Aeterna portano ogni giorno acqua, grano e carne salata al campo di Thalios.
Le Amazzoni. Quando Selene arriva a Keshar con le cinquecento Guerriere Scelte concesse da Myrina, Al-Mansur la riceve nella grande sala del Palazzo con aperto disprezzo:
«Cinquecento donne per salvare un Regno?»
Chiede se la Regina abbia una scarsa opinione della sua corona o creda che la guerra si risolva «tra telai e lenzuola», e i nobili ridono. Selene lo fissa finché è lui ad abbassare lo sguardo, e gli dice chiaramente che le Amazzoni non sono venute per la sua corona: ogni soldato di Thalassar che morirà a Keshar sarà uno in meno davanti alla Foresta. Chiede un settore delle mura, libero accesso ai tetti e il diritto di muoversi senza attendere i suoi ufficiali. Al-Mansur stringe i braccioli del trono: «Nessuno combatte dentro Keshar senza obbedire al suo re.» Selene risponde che allora si prepari a perderla senza di loro. Alla fine cede, per necessità più che per rispetto. Nei tre giorni seguenti protesta perché Selene tiene le guerriere lontane dai combattimenti sulle cinte già perdute; lei non gli dà retta.
L’ultimo giorno. Durante l’assalto finale dell’Assedio dell’Oasi di Keshar un suo ufficiale grida a Selene che il Re ha ordinato di tenere la posizione, quando la posizione non esiste più. Quando il Fuoco Nero e la mina hanno aperto la breccia e i Thalassariani dilagano nei quartieri, Selene entra nel Palazzo in fiamme e trova Al-Mansur nella sala del trono. Non si è nascosto con la corte: porta una corazza di bronzo sopra le vesti e regge un’enorme spada con entrambe le mani, circondato da una trentina di guardie, alcuni nobili e pochi consiglieri. Molti altri sono fuggiti o si sono chiusi nelle cantine, sperando di comprarsi la vita.
Sul suo volto non c’è più disprezzo. Chiede delle mura, chiede quanti uomini restino a Selene, chiede se stia fuggendo; lei risponde che sta salvando ciò che resta del suo esercito, e il Re non la insulta. Le indica un corridoio dietro il trono: scende allo scolo dei canali ed esce oltre le mura, verso sud, e i Thalassariani non l’hanno ancora trovato. Selene gli propone di venire con loro. Al-Mansur guarda le guardie, poi il trono:
«Un sovrano di Arakhan non abbandona Keshar», disse.
«Un sovrano morto non governa nulla», ribatte Selene. Lui le dà ragione e solleva la spada: «Ma oggi non ho più un regno da governare.» Mentre le porte cedono, le affida l’ultimo messaggio:
«Dite a Myrina che Arakhan non si è inginocchiata davanti a Thalios», disse Al-Mansur.
Selene porta il pugno al petto e promette. Le Amazzoni scendono nel passaggio; alle loro spalle le guardie formano una linea davanti al trono, troppo corta per coprire la sala, e Al-Mansur avanza alla loro testa gridando «Arakhan!». Selene sente soltanto il fragore degli scudi e il rumore di molti uomini che cadono insieme. Nessuno lo ha visto morire, che io sappia; quella notte, però, Selene dice alle sue guerriere che Thalios ha «ucciso Al-Mansur», e nessuno lo ha più visto vivo.
Selene non sa se il Re difendesse il suo popolo o non riuscisse a immaginarsi senza una corona. Non lo so nemmeno io. So che per una volta un Re è morto nello stesso posto dei suoi soldati, e che questo, sui Monumenta, non conterà niente.
