Doros
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Ruolo Storico delle religioni Affiliazione Accademia di Thalmyra Regno Solthar Prima apparizione L’età dei regni
Doros è lo storico delle religioni della Spedizione di Lysandros a Umbra, uno dei dodici studiosi dell’Accademia di Thalmyra che partono verso la Foresta di Umbra. Nella compagnia c’erano «esperti di religioni anteriori al Silenzio»; Doros è quello che conosce meglio i culti e le parole degli antichi, e che sa quanto una parola possa cambiare da un secolo all’altro.
È un uomo prudente, abituato a cercare prima la spiegazione simbolica e poi quella letterale, a chiedere il significato esatto dei termini e a non lasciarsi trascinare dalle ipotesi dei colleghi. Della sua vita prima della partenza non so nulla. Io, che al limitare della Foresta caricavo le casse della spedizione per qualche moneta, non avrei saputo distinguere uno studioso dall’altro: avevano tutti la barba lunga e le tuniche troppo pulite.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Davanti all’orso che parla nella Foresta, Doros suggerisce che possa trattarsi di uno spirito guardiano, mentre Elian parla di muffe. All’uscita dagli alberi è uno dei quattro studiosi sopravvissuti, con Lysandros, Cornelius ed Elian. Tra i resti di un accampamento marcito ai margini della città trova i diari di una spedizione di sacerdoti partita da Aeterna e ne legge le date: «Diciassette anni fa.» Quando il mercenario sfregiato sostiene che la Foresta li vuole dentro la città, Doros mormora: «Non sappiamo che cosa vuole.»
In città chiede che cosa trasportino i condotti; quando Lysandros parla di pneuma, domanda se intenda l’anima, e Lysandros lo corregge: il soffio. Al capitano Arbazer, che continua a guardarsi alle spalle, chiede che cosa cerchi, e si sente rispondere: il momento in cui i gufi smetteranno di limitarsi a guardarli. Davanti alla sfera del mondo propone la lettura più cauta («Forse questa è una rappresentazione simbolica»), ma quando la sfera lampeggia nel Sud è lui a riconoscere per primo il punto: «Keshar.» A Cornelius, che dice di non poterne essere certi, risponde che è la posizione dell’Oasi e che il cartografo lo sa meglio di lui. Quando un condotto si contrae sopra la piazza, ammette l’ipotesi che temeva:
«La città non può essere viva», disse Doros. Un condotto sopra la piazza si contrasse come per rispondere a quell’affermazione, e Doros impallidì. «Almeno, non dovrebbe esserlo.»
Nella corsa verso la Grande Cupola, dopo la morte di Elian, Doros e il mercenario sfregiato precedono gli altri di alcuni passi. Una linea argentata compare sotto i loro piedi e un pilastro di luce li colpisce dal basso; Doros tenta di coprirsi il volto e viene squarciato dal ventre al petto. I frammenti dei due uomini vengono trascinati verso la Cupola e assorbiti dai condotti: sulla piazza non ricade nulla. Sui gradini Cornelius ripete il suo nome e quello di Elian sottovoce, come se temesse che la città potesse cancellarne anche il ricordo.
Una vita di studi per distinguere l’anima dal soffio, e alla fine la città non ha fatto distinzioni. Spero che almeno lui, nell’ultimo istante, abbia avuto il tempo di trovarlo interessante.
