Aeterna
Informazioni
Campo Valore Tipo Città, antica capitale dell’Impero Regione il centro di Aeterra Confini del territorio Ferrata, Vindelia Governo Chiesa del Silenzio Autorità il Sommo Pontefice Popolazione un tempo tre milioni; secondo i preti, quasi un milione Edificio principale Cittadella Imperiale Quartieri noti il centro della Cittadella, il vecchio quartiere imperiale, il Quartiere degli Scribi, la Libitina, le Acque, le Sette Porte, le Mura, i Tintori Acqua acquedotti imperiali, in parte ancora funzionanti Forze armate nessun esercito regio; guardie e soldati della Chiesa, Silenti (vedi Esercito di Aeterna) Epiteti la Capitale, la Città Eterna, la Città Santa Prima apparizione L’età dei regni
Aeterna è la Capitale del Continente: la città degli Imperatori, la sede della Chiesa del Silenzio, la Città Santa di tutti i fedeli. È anche, a vederla da vicino, l’ombra smisurata di se stessa. Un’immensa distesa di marmo bianco, mattoni anneriti e tetti sfondati, chiusa da mura così vaste che un uomo a cavallo impiega ore per attraversarla da un capo all’altro, e dentro le quali interi quartieri non ospitano più che erbacce, cani randagi e il vento fra le finestre senza imposte. La grandezza di Aeterna è morta da più di un secolo; la città, ostinata, non se n’è ancora accorta.
Un tempo tre milioni di persone ne affollavano le strade. Mercanti di ogni angolo di Aeterra riempivano i portici, funzionari imperiali percorrevano le grandi vie lastricate con ordini e registri, e i carri di grano, stoffe, spezie e metalli entravano giorno e notte. La Guerra Civile l’ha svuotata come una lenta malattia: la gente è fuggita, è morta di fame o è andata a farsi ammazzare come mercenaria per i nuovi Re. Aeterna resta comunque la città più popolosa del Continente. I preti sostengono che tra le mura vivano ancora quasi un milione di persone; io immagino che abbiano contato anche i ratti, i morti nei cimiteri e le statue degli Imperatori.
«Io dico che non è una Città Eterna. È soltanto una città che ha fame.»
Lo scrissi la prima settimana, e non ho trovato motivi per correggermi.
Descrizione
La forma della città. Aeterna sta su un terreno che sale dolcemente dal fiume verso il centro. In alto, sulla parte più elevata, c’è la Cittadella Imperiale; da lì le vie consolari scendono a raggiera verso le porte, larghe abbastanza da farci sfilare un trionfo e oggi quasi sempre troppo larghe per il traffico che portano. In basso, a meridione, scorre il fiume, con i suoi canali, i suoi ponti e i quartieri che vivono dei suoi scarichi. Tutto intorno, a una distanza che a piedi si misura in ore, corrono le mura. Fra la Cittadella e le mura c’è la città vera, che occupa forse un terzo dello spazio che le spetterebbe, e il resto è rovina.
Il centro. La popolazione vera si ammassa nei quartieri raccolti attorno alla Cittadella, dove gli acquedotti funzionano ancora in parte, le fontane ricevono acqua, i mercati sono sorvegliati e le pattuglie della Chiesa si ricordano ogni tanto di esistere. Qui le cupole sono state restaurate, le strade principali sgomberate dalle macerie, le facciate dei palazzi coperte di drappi per nascondere le crepe; da lontano un viaggiatore potrebbe credere che la Capitale sia ancora il cuore vivo del Continente. Salendo dalla periferia verso il centro il fango diventa ciottolato, poi lastre, poi marmo; le canaline spariscono sotto la strada e l’odore dei liquami cede a quello dei forni, delle spezie e dei profumi. I palazzi dei nobili e dei prelati hanno stucchi e frontoni, le loro iscrizioni vengono riscritte ogni volta che la pioggia osa consumarle, e le famiglie decadute tengono le statue degli antenati davanti alla porta anche quando hanno già venduto il mobilio. Di notte i quartieri centrali sono pattugliati dalla Guardia, con lanterne e calzari chiodati sul basalto.
I quartieri. La gente di Aeterna non pensa la propria città per vie, ma per chiese. Ogni quartiere prende il nome dalla basilica intorno a cui si raccoglie, e ogni basilica tiene i registri delle parrocchie minori che le stanno intorno, come una madre con i figli. Accanto al centro c’è il vecchio quartiere imperiale, dove abitavano i funzionari dell’Impero e dove oggi metà delle case è vuota e l’altra metà è abitata da famiglie che si spacciano per discendenti di quei funzionari; alla sua estremità occidentale si alza la torre della Prima Campana, con il suo orologio ad acqua, che dà il ritmo a sette parrocchie. Più in là c’è il Quartiere degli Scribi, la città di mezzo degli archivisti e dei copisti. La Libitina è il quartiere più antico, stretto fra le mura del primo nucleo imperiale e la Basilica Libitina, la chiesa più vecchia della città. Le Acque sono il quartiere sorto attorno al punto in cui l’acquedotto principale entra in città e si divide, con la Basilica delle Acque addossata al grande serbatoio di distribuzione. Le Sette Porte prendono il nome da un tratto di mura in cui, un tempo, si aprivano sette porte in poco più di un chilometro, e di cui oggi ne funzionano tre; le Mura sono i quartieri poveri addossati alla cinta, con la loro basilica dalla parte interna dei bastioni. A meridione, lungo il fiume, ci sono i Tintori.
La periferia meridionale e il quartiere dei Tintori. Lo chiamano quartiere dei Tintori perché lì, ai tempi dell’Impero, si tingevano le stoffe della corte e i mantelli delle legioni, e le vasche di pietra dei tintori imperiali sono ancora lungo le rive; oggi vi si conciano più pelli di quante vi si tingano stoffe, e le concerie hanno preso il posto delle tintorie senza che nessuno si sia preso la briga di cambiare il nome. Tintori, concerie e periferia meridionale sono, per chi ci vive, la stessa cosa. Nessuno, laggiù, si preoccupa di mantenere la finzione. Dove sorgevano i giardini imperiali sono nati mercati neri di farina, olio e acqua potabile; le aiuole sono diventate orti, recinti per animali e distese di fango su cui intere famiglie costruiscono baracche con legno e marmo rubato. Le statue degli Imperatori giacciono lungo le strade, decapitate durante la Guerra Civile o spogliate di braccia, nasi e decorazioni per rivenderli; una figura imperiale senza volto regge le corde del bucato. Le vasche ornamentali sono abbeveratoi, i porticati ospitano mendicanti, orfani e soldati mutilati, e le iscrizioni vengono scalpellate dalle facciate e vendute a pezzi, perché una lastra con il nome di un Imperatore vale quanto qualunque altra pietra. Il fiume vi scorre lento e nero di fango, degli scarichi delle concerie e dei liquami; le baracche si addossano alle mura ciclopiche e ai resti dei palazzi. I medici ci vanno soltanto se pagati in anticipo. La Basilica dei Tintori, grande e mal riparata, tiene i registri del quartiere; attorno a lei stanno parrocchie più piccole, e una di queste, a due passi dalle concerie, è quella dove Cassio serve come «Diacono dei Poveri». Un ponte di marmo annerito, sopra un canale coperto di rifiuti, collega il quartiere alle vie consolari del centro, e sull’altra sponda si tiene un mercato che si accende all’alba e si spegne quando suona la Cittadella.
I quartieri abbandonati. Più ci si allontana dal centro, più la città scompare. Intere strade sono state inghiottite dalle erbacce, gli alberi crescono dentro le case e i piani alti crollano su quelli bassi senza che nessuno rimuova le macerie. In alcuni edifici vivono famiglie troppo povere per una stanza al centro; in altri si nascondono ladri, mercenari, schiavi fuggiti e gente che preferisce non farsi trovare dai preti. Nei sobborghi deserti, all’alba, nessuno esce finché il sole non ha scacciato ladri, mendicanti e randagi. Le rovine, però, non sono inutili: sono la cava e il bosco della città. Squadre di uomini vi smontano travi, tegole, lastre e mattoni per rivenderli, e d’inverno si brucia nelle stufe del centro il legno di case dove una volta abitavano senatori.
Acqua e acquedotti. Gli acquedotti imperiali attraversano ancora i quartieri come file interminabili di arcate alte quanto torri, costruite con blocchi così perfetti che molti restano in piedi dopo un secolo di abbandono. Un tempo portavano acqua a ogni fontana pubblica, alle terme, ai giardini e perfino alle case dei cittadini più ricchi. Di quelli che entravano in città, uno solo arriva ancora con regolarità: la gente lo chiama l’Acqua Vetere, e porta al serbatoio delle Acque un’acqua fredda, con un leggero sapore di ferro, che è la migliore della città, come è sempre stata. Così dicono i vecchi. Dal serbatoio l’acqua si divide in tre condotte: la più grande va alla Cittadella, la seconda alle fontane del centro, la terza, quando ne resta, ai quartieri bassi. Gli altri acquedotti sono asciutti o quasi; il più lungo, l’Acqua Nova, è morto da generazioni, e sotto le sue arcate si sono costruite case, botteghe e stalle, con le pareti di fondo fatte di pietra imperiale. Anche i vivi, del resto, perdono più acqua di quanta ne portino: la gente scava buche alla base degli archi per raccogliere ciò che gocciola. I preti, naturalmente, continuano a riscuotere la tassa per la manutenzione, attraverso i guardiani delle fontane che la Chiesa paga e che tutti chiamano acquari: aprono e chiudono le fontane a orario, e non sempre allo stesso orario per tutti. Nei quartieri dove le fontane tacciono si beve l’acqua dei pozzi e delle cisterne, o quella che portano gli acquaioli in anfore sulla schiena, a prezzo di mercato nero; l’acqua del fiume, a valle delle concerie, non la bevono nemmeno i cani. Quando piove le griglie delle fogne rigurgitano fango e liquami, e i canali di scarico della stessa Cittadella, costruiti ai tempi dell’Impero e mai più curati, non bastano a smaltire l’acqua.
I mercati. Il mercato più famoso di Aeterna non vende cibo: è il Mercato della Memoria, la via porticata vicino alla Cittadella dove si comprano genealogie, indulgenze e righe negli Annali. Il cibo si vende altrove. Nel vecchio Foro, sotto i portici imperiali, c’è il mercato del grano e delle farine, con le misure ufficiali della Chiesa incise nel marmo dei banchi, dove i mercanti devono versare il grano davanti a un pesatore prima di venderlo. Lungo il fiume, dove l’Impero aveva i suoi magazzini, c’è l’Emporio, con il sale, l’olio, il vino, il pesce salato e tutto ciò che arriva dal porto. Ogni quartiere ha poi il proprio mercato minore davanti alla basilica, e ogni quartiere povero ha il suo mercato nero, dove si vende ciò che altrove è razionato o tassato: farina, olio, acqua potabile, legna, e qualche volta un documento parrocchiale che non è stato rilasciato da nessuna parrocchia. Chi decide chi può commerciare dentro le mura è la Chiesa, e una licenza per un banco al Foro costa più del banco stesso.
L’approvvigionamento. Aeterna non produce quasi niente di ciò che mangia. Le campagne intorno sono svuotate, molti campi sono tornati paludi, e la città vive di quello che le arriva da fuori: grano dalle pianure di Vindelia, che in buona parte vi giunge sotto forma di Decima, grano e olio per mare dal Sud, sale, pesce e vino dalla costa, carne sui piedi dei pochi branchi che i mercanti fanno entrare dalle porte. Il grano finisce nei granai della Chiesa, che occupano gli antichi magazzini imperiali lungo il fiume e vicino al porto, enormi edifici a più piani con i pavimenti sollevati e le feritoie per l’aria. Da lì passa ai forni del centro, ai mercati e, nelle carestie, alle parrocchie, che lo distribuiscono ai poveri registrati. È una distinzione che conta: chi è iscritto nei registri della propria parrocchia riceve il pane, chi non lo è no. Per questo, nelle stanze più misere, i fogli della famiglia si conservano con più cura del cibo.
Il porto. Le banchine imperiali sono ancora abbastanza grandi da accogliere flotte intere, ma metà dei moli è crollata e l’altra metà è occupata da barche da pesca, magazzini abbandonati e baracche costruite con tavole recuperate dalle navi. Le navi grandi che arrivano con il grano attraccano agli unici moli ancora sicuri, che appartengono alla Chiesa e sono sorvegliati giorno e notte; il resto del porto è dei pescatori, dei facchini e dei contrabbandieri, che a volte sono le stesse persone. Quando ci scesi io, su una spiaggia lì vicino marciva una balena arenata da almeno una settimana; nessuno si era preso la briga di spostarla, bruciarla o coprirla. Un profumo indimenticabile.
Le mura e le porte. Le mura sono state per secoli la più grande costruzione difensiva del Continente. Oggi certe porte di servizio, sulla carta presidiate da una guarnigione, sono sorvegliate da un uomo solo che dorme su uno sgabello. Le porte principali sono un’altra cosa: hanno guardie, gabellieri che riscuotono il dazio su ogni carro e registri di chi entra con le merci. Fuori dalle porte meridionali c’è un grande piazzale lastricato, costruito secoli fa per accogliere gli Imperatori di ritorno dalle campagne militari; oggi ci si fermano le carovane, ci si vendono i buoi e ci giocano i bambini.
Gli edifici dell’Impero. Aeterna abita dentro un’altra città. Le terme imperiali, troppo grandi per essere scaldate e troppo solide per crollare, sono diventate rifugi per chi non ha una casa, e d’inverno nelle sale grandi dormono intere famiglie attorno a fuochi di stracci; le loro cisterne raccolgono ancora acqua piovana. Nel vecchio anfiteatro, al margine orientale del centro, le arcate esterne sono state chiuse con muri di mattoni e trasformate in case e botteghe, e sull’arena si tiene un mercato di bestiame. I templi più antichi sono diventati basiliche, i magazzini granai della Chiesa, gli archi trionfali portano soltanto i fori dove stavano le statue. Le basiliche della Chiesa, a guardarle bene, sono quasi tutte edifici imperiali con un altare dentro e un campanile sopra; i preti dicono di averli consacrati, io direi che li hanno occupati, ma è una differenza di parole.
Ricchi e poveri. In nessun altro posto del Continente la distanza fra chi ha e chi non ha si misura così facilmente: basta contare i passi dal centro. In alto stanno i Cardinali, i prelati, le famiglie nobili che hanno conservato terre e cariche, i banchieri che lavorano per la Chiesa, con i loro palazzi, i servitori e le guardie private. Sotto di loro gli scribi, i notai, i funzionari degli uffici della Cittadella, gli artigiani del lusso, gli orafi, i lapicidi che incidono i Monumenta dei ricchi. Poi i bottegai, i fornai, i facchini del porto, i muratori; e in basso conciatori, tintori, lavandaie che lavano nel canale il lino delle famiglie del centro, mendicanti, orfani, soldati mutilati, schiavi della Chiesa e chiunque non abbia un nome abbastanza in ordine da ricevere il pane. Il povero di Aeterna non è più povero di quello di altre città. Ha soltanto il privilegio di vedere ogni giorno, dalla finestra senza vetro, le cupole dorate di chi lo governa.
I morti. I nobili riposano in un cimitero di lapidi di marmo, intarsi d’oro e statue che piangono lacrime di cristallo, sotto epigrafi che li dicono amati dal Silenzio, difensori dei poveri e padri della patria. I poveri finiscono nelle fosse comuni fuori dalle mura, accatastati come legna, spogliati prima e coperti di calce viva. Fra le due cose c’è la parrocchia, con il suo diacono e il suo foglio da firmare. Ad Aeterna è proibito pagare chi piange ai funerali; è permesso, e caro, pagare chi scrive.
Luoghi notevoli
- la Cittadella Imperiale, cuore della città e sede della Chiesa, con la Sala del Trono Imperiale e gli Archivi Centrali
- la Magna Campana, che annuncia la morte e l’elezione dei Pontefici
- il Mercato della Memoria, la via porticata dove si comprano genealogie, indulgenze e righe negli Annali
- il Quartiere degli Scribi, il quartiere ricco degli archivisti e dei copisti
- la grande piazza centrale della Cittadella, con la scalinata da cui parla il Pontefice
- la Basilica Libitina, la chiesa più vecchia della città, nel quartiere più antico
- la torre della Prima Campana, all’estremità occidentale del vecchio quartiere imperiale
- le basiliche dei quartieri: dei Tintori, delle Acque, delle Sette Porte, delle Mura
- il serbatoio delle Acque, dove l’Acqua Vetere entra in città e si divide
- il vecchio Foro, con il mercato del grano sotto i portici, e l’Emporio lungo il fiume
- le terme imperiali, oggi rifugio dei senza tetto, e il vecchio anfiteatro abitato
- il piazzale fuori dalle porte meridionali, costruito per il ritorno degli Imperatori
- la periferia meridionale e il quartiere dei Tintori, con le loro parrocchie, le concerie e i mercati neri
Governo
Aeterna non appartiene a nessuno degli otto Regni. La governa la Chiesa del Silenzio, che sostiene di custodirla per il futuro Imperatore. Nel frattempo amministra le tasse, giudica i criminali, controlla i granai, nomina i funzionari e decide chi può commerciare dentro le mura; possiede terre, schiavi, officine, navi e abbastanza soldati da tenere in ordine il centro (vedi Esercito di Aeterna). Io la chiamo un Regno di Preti. Le alte cariche vivono nella Cittadella, dietro le stesse mura che ospitavano l’Imperatore e la sua burocrazia; credono forse che basti abitare nella casa dell’Impero per ereditarne l’autorità.
L’amministrazione. Sopra tutto sta il Sommo Pontefice, ma la città di tutti i giorni la governano i suoi uffici. Un Cardinale con il titolo di Prefetto della Città risponde dell’ordine, delle porte e dei mercati; il Tesoriere della Cittadella dei conti, delle tasse e dei granai; altri Cardinali e uffici delle guarnigioni, dei corrieri, degli archivi. Sotto di loro lavora una folla di funzionari laici che conservano nomi imperiali per mestieri molto più piccoli: gli edili, che sorvegliano strade, pesi e misure; i gabellieri delle porte; gli acquari delle fontane; i pesatori del Foro. La cellula vera del governo, però, è la parrocchia. È la parrocchia che registra chi nasce e chi muore, che distribuisce il pane, che sa chi abita in quale stanza e chi ha un debito, e che riferisce alla basilica del quartiere, che riferisce alla Cittadella. Un Re governa con i soldati; la Chiesa, ad Aeterna, governa con i registri, e i registri non dormono mai.
Le tasse. Si paga il dazio alle porte su ogni carro, la licenza per ogni banco, la tassa sull’acqua, l’affitto alla Chiesa per le case che le appartengono (che sono moltissime) e, naturalmente, la Decima. I ricchi pagano anche per i propri Monumenta, e lo fanno volentieri.
La sicurezza. Aeterna non ha un esercito regio, e non ha più vere legioni da molto tempo. Ciò che la tiene in ordine è un insieme di corpi diversi, tutti pagati dalla Chiesa e nessuno abbastanza grande da preoccuparla. Ci sono le pattuglie che la gente chiama legionari della Chiesa, uomini armati assoldati per l’ordine pubblico, che nei giorni di crisi sgomberano le strade e sbarrano gli incroci; le guardie cittadine con le picche, che fanno muro nelle cerimonie e, nei quartieri poveri, si ricordano soprattutto per le cariche durante le sommosse del pane; la Guardia notturna dei quartieri centrali; le guarnigioni delle porte e delle mura, che sulla carta sono molte e nella realtà poche; le guardie davanti ai magazzini, alle basiliche e ai palazzi dei Cardinali, con corazze da cerimonia e lance lucidate. Molti nobili e prelati hanno inoltre le proprie guardie private, che obbediscono a chi le paga e a nessun altro. Sopra tutti, e fuori da ogni elenco, ci sono i Silenti, che non sorvegliano le strade e non ne hanno bisogno. La Guardia nei sobborghi entra poco, e dietro le concerie non entra affatto: lì l’ordine lo tengono le famiglie, i capibanda e, quando c’è, il parroco.
Il territorio. Le campagne intorno alla città, con i pochi possedimenti rimasti alla Capitale, sono svuotate: molti campi sono tornati paludi e Aeterna importa buona parte del grano che consuma, pur comportandosi come se fosse ancora il centro di un Impero capace di nutrire il mondo. I granai della Chiesa sfamano i poveri nelle carestie, e proprio per questo il pane, qui, è una forma di governo. Fuori dalle mura il territorio della Capitale tocca le montagne di Ferrata e le pianure di Vindelia; per le «campagne di Aeterna», dicono i Re, un esercito diretto a Nord impiegherebbe mesi a passare.
Storia
Aeterna fu la capitale dell’Impero: da qui, per secoli, partiva ogni ordine destinato alle province, e ogni guerra, tassa, strada o acquedotto richiedeva almeno un sigillo custodito nella Cittadella. L’ultimo Imperatore morì circa centotrentatré anni fa, e da allora nessuno siede sul trono imperiale. Durante la Guerra Civile che seguì le statue degli Imperatori furono abbattute dagli archi trionfali, la Cittadella fu segnata dagli incendi e la popolazione crollò; le ultime legioni cittadine furono divise, vendute, distrutte o assorbite dai Regni, e la Chiesa del Silenzio occupò il Palazzo e ne fece la propria sede. La Sala del Trono della Cittadella serve ancora per le rare riunioni dei governanti di Aeterra: dalla fine della Guerra Civile, chiusa dall’Armistizio dodici anni fa, non vi si erano mai visti tanti Re insieme quanti ne arrivano all’inizio di questa storia.
Per i Thalassariani è un mucchio di rovine abitato per metà da preti; un principe di Thalassar, alla prima visita, l’ha definita «un acquitrino maleodorante». Io ne scrissi che, se Aeterna è un cadavere, continua a marcire soltanto perché nessuno ha ancora avuto il coraggio di seppellirlo. Mi sbagliavo, credo: qualcuno l’ha seppellita da un pezzo, e la tiene in vita lo stesso.
Eventi nella saga
L’età dei regni
In inverno, mentre l’Orda devasta Valdoran, Lucius Aurelianus convoca ad Aeterna il concilio dei Re: Thalios Serakh entra in città sul cammello, con i fratelli e un corteo che getta monete alla folla; Severian Corvus arriva in armatura da marcia. Il concilio fallisce e all’alba un messaggero di Thalassar viene decapitato in una piazza dei sobborghi abbandonati.
In primavera la Magna Campana annuncia la morte di Lucius Aurelianus: i legionari della Chiesa sgomberano le strade, la Cittadella si copre di drappi neri e argentati, le campane suonano per tre giorni. Centinaia di migliaia di persone assistono sotto la pioggia alla cremazione nella grande piazza della Cittadella e al primo discorso di Titus. Finito il lutto, i banditori annunciano il «Rinnovamento»; nella città bassa si parla sottovoce, dadi e carte spariscono dalle taverne e sulle torri della Cittadella compaiono bandiere nere senza ricami.
In una notte senza stelle Cassio attraversa i tetti dei sobborghi fino al Quartiere degli Scribi e uccide Vaelor; la casa dell’archivista brucia e quattro Silenti muoiono sui tetti. Il mattino dopo la città si sveglia in quel silenzio che cala quando qualcuno ha finito di urlare e nessuno osa domandare perché. A Valeri Caelnius, in una delle visioni del Nord, appare Aeterna avvolta dalle fiamme.
Voci correlate
- Cittadella Imperiale
- Chiesa del Silenzio
- Sommo Pontefice
- Esercito di Aeterna
- Magna Campana
- Mercato della Memoria
- Quartiere degli Scribi
- Archivi Centrali
- Basilica Libitina
- Prima Campana
- Nodus Urbis Aeternae
- Impero
- Guerra Civile
- Aeterra
- Titus
- Cassio
- Lucius Aurelianus
